La creazione del governo iracheno potrebbe essere l’unica soluzione
all’avanzata delle forze estremiste dell’ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del
Levante) nel nord del paese. Da parte
americana e di altri paesi esteri, tra cui il Regno Unito, si chiede a Maliki
di fare un governo di emergenza che preveda una maggiore autorità per i sunniti
e per i curdi, ma Maliki, il cui blocco
ha vinto le elezioni dello scorso aprile,
ha pubblicamente dichiarato che questo sarebbe un attentato alla
costituzione e si è impegnato a formare un nuovo governo entro il 1 luglio.
La responsabilità della classe politica irachena nell’insorgenza di questa
nuova crisi e, in primis, del governo in carica, è grande: essi hanno fallito
nel raggiungere una formula costituzionale adatta a superare i contrasti
riguardanti la distribuzione dei poteri e delle risorse, il federalismo e le
relazioni stato-regioni oltre che il sentimento dominante di alienamento da
parte dei sunniti e le relazioni tra gli organi del potere esecutivo e
legislativo.
Dopo la caduta di Saddam Hussein la minoranza sunnita del paese è stata
messa in disparte dal governo e questo ha portato alla nascita ed al
progressivo intensificarsi di una serie di proteste contro quella che viene
definita una persecuzione settaria.
Da parte sunnita, le proteste si sono intensificate già dalla fine del 2012
in seguito all’arresto per ragioni politiche di 10 guardie del corpo del ministro
delle finanze iracheno Rafia al-Issawi, preminente personaggio politico sunnita
di Anbar. Qualche mese prima il vice
presidente Tariq al-Hashemi era stato costretto a fuggire in Turchia per
scampare ad una condanna a morte per l’accusa di aver avuto un ruolo in una
serie di 150 attentati ed attacchi avvenuti fra il 2005 ed il 2011.
Durante il 2013 la protesta dei sunniti è stata intensa, contro
ingiustizia, marginalizzazione, politicizzazione del sistema giudiziario e
mancanza di rispetto della costituzione e, soprattutto, contro il primo
ministro al-Maliki accusato di creare fratture settarie tra sunniti e sciiti e
di essere al soldo dell’Iran.
Di questa protesta si sono avvantaggiati il gruppo terroristico affiliato
ad Al Qaida, chiamato “Stato Islamico Iracheno” (ISI), le Brigate
Rivoluzionarie del 1929 e l’Esercito Naqshbandi, i quali hanno operato perché
il diffondersi e l’intensificarsi del dissenso sunnita si trasformasse in
insorgenza. Come risultato nel 2013 circa 10.000 persone, soprattutto civili,
erano stati uccisi in tutto il paese.
Nel 2007, gli americani avevano capito che solo l’alleanza con i sunniti
avrebbe permesso loro di avviare il paese verso la stabilizzazione, ma la
lezione è stata dimenticata dal governo iracheno.
Più di 1000 persone sono già state uccise ed altre 1000 ferite da quando
ISIL ha iniziato, due settimane fa, la sua avanzata sul suolo iracheno. Molte
sono state le esecuzioni sommarie di soldati dell’Esercito iracheno e delle forze
di polizia, ma altrettante sono le vittime civili. Inoltre ci sono già migliaia
di famiglie che stanno lasciando il nord del paese per sfuggire all’avanzata
estremista. Oggi le notizie riportano di centinaia di abitanti sciiti e
turkmeni dei villaggi vicino a Mosul,
che è stata presa dai militanti di ISIL all’inizio di giugno, stanno cercando
di entrare nelle aree controllate dai curdi.
Dal punto di vista militare gli Stati Uniti, che per ora hanno escluso un
intervento di terra, hanno cominciato ad
inviare i primi di 300 consiglieri che dovranno supportare l’esercito iracheno
sia in fase di raccolta dell’intelligence e valutazione dell’insorgenza sia
nella creazione di un centro operativo. Essi dovranno valutare la coesione
delle forze di sicurezza irachene, stimare la minaccia e fare raccomandazioni
su come ottimizzare la risposta. Ci si aspetta che i risultati di questa
attività possano arrivare attraverso la catena di comando entro due o tre
settimane. Alcune missioni di ricognizione aerea statunitensi stanno sorvolando
ogni giorno le aree più critiche e stanno fornendo informazioni all’esercito
iracheno. Da queste rivelazioni è chiaro che i combattenti di ISIL continuano a
solidificare le loro posizioni man mano che avanzano, che non hanno alcun problema
nell’attraversare il confine tra Siria ed Iraq e che continuano a premere verso
il centro ed il sud dell’Iraq costituendo un pericolo reale per Baghdad.
E’ notizia recente che i militanti di ISIS abbiano catturato la più grande
raffineria irachena a Beji, a nord di Tikrit.
Un portavoce di ISIS ha dichiarato ieri, 29 giugno, ad Al Jazira che è
stato creato una califfato (obiettivo strategico di ISIS) che va da Aleppo in
Siria fino alla provincia di Diyala in Iraq e che il capo di ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi,
è il nuovo califfo ed il leader di tutti i musulmani nel mondo.
Intanto, nel perseguirle il suo obiettivo, ISIS sta probabilmente facendo
convergere gli obiettivi strategici, prima divergenti, del regime di Bashar al
Assad, dell’Iran, degli Stati Uniti e dell’Iraq in una cooperazione contro una
minaccia alla sicurezza regionale, anche se il rifiuto degli USA di avviare fin
da subito iniziative militari sta lasciando spazio agli aiuti militari di altri
paesi, come la Russia, che ha consegnato all’Iraq 10 jet da combattimento Sukhoi
(Su-25)
D’altra parte, l’avanzata jihadista sta dando una nuova direzione anche ai
rapporti tra Kurdistan ed Iraq. All’avanzare dei combattenti verso Kirkuk,
città petrolifera da tempo contesa dal Kurdistan all’Iraq, i Peshmerga curdi
sono entrati nella città e ne hanno assunto il controllo per difenderla: per il
Primo Ministro del Governo Regionale del Kurdistan Barzani, quella offerta da ISIS è un’occasione
speciale per dimostrare la propria capacità di difendere gli interesse delle
aree rivendicate dal paese e per utilizzare la capacità militare dei Peshmerga
come una leva per ottenere dal Governo Iracheno indipendenza nella vendita del
gas prodotto dalle regione.
E’ ancora presto per capire cosa succederà ma questo è il momento della
ponderazione. Un intervento militare dell’Iran rischierebbe di esacerbare la
crisi perché sarebbe visto come un’occupazione persiana/sciita in un territorio
arabo sunnita; un intervento di terra degli USA è stato escluso da Obama e,
comunque, anche un intervento aereo mirato o l’uso di forze speciali non
avrebbero alcuna utilità senza un ruolo effettivo dell’esercito e della polizia
iracheni e senza un governo capace di fare le riforme necessarie.
Da più parti si comincia a riparlare di federalismo e di tre regioni come
unica soluzione per tenere insieme lo stato Iracheno.
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Programme Manager SudgestAid S.C.a.R.L ed esperta in Governance, Decentralizzazione e Relazioni Internazionali |